Il seguente testo è tratto dal quinto capitolo del libro di Arthur Avalon intitolato Il Potere del Serpente, nel quale parla della Kundalini e dei Chakra. Il libro, pubblicato da Edizioni Mediterranee, si può scaricare liberamente da Archive.org al seguente link: Arthur Avalon - Il Potere del Serpente.
Capitolo V: I Centri (Chakra) o Fiori di Loto (Padma)
Parte 7 (Ultima): pp. 140-148
Quando il Bindu Kāraṇa “germoglia” per creare i tre (Bindu, Nāda e Bīja), vi sorge quel Verbo o Suono non manifestato di Brahman chiamato Śabdabrahman (Brahman Suono) [129]. Così vien detto: “Dalla differenziazione del Kāraṇa Bindu nasce il ‘Suono’ non manifestato, che i dotti nella Śruti [130] chiamano Śabdabrahman”. Questo Śabdabrahman è la causa immediata dell’universo, che è suono e moto manifestantesi come idea e linguaggio. Questo suono, che è tutt’uno col Kāraṇa Bindu e perciò onnipenetrante, appare anzitutto nel corpo dell’uomo, nel Mūlādhāra. “Si dice che l’‘aria’ (Prāṇavāyu) appare anzitutto nel Mūlādhāra del corpo. Codesta ‘aria’, su cui agisce lo sforzo di una persona che vuol parlare, manifesta lo Śabdabrahman che tutto penetra” [131]. Lo Śabdabrahman nella forma di Kāraṇa Bindu, quando rimane immoto (Niḥspanda) al suo posto (cioè nella Kuṇḍalī che è Ella stessa nel Mūlādhāra), si chiama Parā Śakti, linguaggio. Lo stesso Śabdabrahman manifestato dalla medesima aria che giunge fino all’ombelico, in unione con il Manas, in possesso della natura di Kārya Bindu manifestato attraverso il moto generale (Sāmānyaspanda), si chiama linguaggio Paśyantī [132]. Paśyantī, che si definisce come Jñānātmaka e Bindvātmaka (della natura di Cit e di Bindu), si estende dal Mūlādhāra all’ombelico o, a quanto dicono altri, allo Svādhiṣṭhāna. Inoltre, lo Śabdabrahman manifestato dalla stessa aria che si spinge fino al cuore, unito alla Buddhi in possesso della natura del Nāda manifestato e dotato di un movimento speciale (Viśeṣaspanda), si chiama linguaggio Madhyamā. Questo è il suono [133] Hiraṇyagarbha, che si estende dalla regione di Paśyantī al cuore. In seguito [134], il medesimo Śabdabrahman manifestato dalla medesima aria che giunge fino alla bocca, sviluppatosi nella gola e parti vicine, articolato e suscettibile di essere udito dalle orecchie altrui, in possesso della natura di Bīja manifestato attraverso un movimento articolato perfettamente distinto (Spaṣṭatara), si chiama linguaggio Vaikharī [135]. Codesto è lo stato di suono detto Virāṭ perché “viene fuori”.
Tale argomento è così spiegato dall’Ācārya: “Quel suono che nasce dapprima nel Mūlādhāra si chiama Parā, poi Paśyantī; in seguito, quando giunge al cuore ed è unito alla Buddhi, si chiama Madhyamā”. Questo nome deriva dal fatto che Essa dimora “nel mezzo”. Non è simile alla Paśyantī, né esce all’esterno, al pari della Vaikharī, con una articolazione pienamente sviluppata, ma sta tra le due. La manifestazione completa è la Vaikharī dell’uomo che vuole gridare. In questo modo il suono articolato è prodotto mediante l’aria [136]. Il Nitya Tantra dice anche: “La forma Parā nasce nel Mūlādhāra, prodotta dall’‘aria’; la medesima ‘aria’, manifestata nello Svādhiṣṭhāna, salendo, raggiunge lo stato Paśyantī [137]. La stessa, salendo lentamente, manifestata nell’Anāhata in unione con l’intelletto (Buddhi), è Madhyamā. Risalendo ancora ed apparendo nel Viśuddha, nasce dalla gola come Vaikharī” [138]. Come dice la Vāgānoda Upaniṣad: “Quel Vāk (potenza di linguaggio) che germoglia in Parā, mette le foglie in Paśyantī, si sviluppa in Madhyamā e fiorisce in Vaikharī. Il suono è assorbito invertendo quest’ordine. Chiunque realizzi il grande Signore di Vāk, il Sé indifferenziato ed illuminante, non è influenzato da alcuna parola, qualunque essa sia” [139].
Così, sebbene vi siano quattro specie di linguaggio, gli uomini che hanno la mente ottusa (Manuṣyāḥ sthūladṛśaḥ) [140], che non comprendono i primi tre (Parā, ecc.), pensano che il linguaggio sia solo Vaikharī [141], come pure ritengono che il corpo sia il Sé, poiché ne ignorano i principî sottili. La Śruti dice: “Da ciò consegue che gli uomini pensano che sia linguaggio soltanto quel che è imperfetto” — cioè imperfetto in quanto non possiede le prime tre forme [142]. La Śruti dice anche [143]: “I gradi del linguaggio sono quattro — i Brāhmaṇa che sono saggi li conoscono: tre sono nascosti e privi di movimento, il quarto è parlato dagli uomini”. La Sūta Saṃhitā dice: “Apada (il Brahman privo di movimento) diventa Pada (le quattro forme del linguaggio), e Pada può diventare Apada [144]. Chi conosce la distinzione tra Pada e Apada vede realmente (cioè, diventa egli stesso Brahman)” [145].
Dunque le conclusioni della Śruti e della Smṛti sono che il “Ciò” (Tat) nel corpo umano è diviso in quattro parti (Parā, ecc.). Ma anche nella forma Parā la parola “Tat” indica soltanto l’Avyakta con tre Guṇa, causa di Parā, e non il Brahman incondizionato che è al di sopra di Avyakta. La parola “Tat” che si incontra nelle massime trascendenti significa lo Śabdabrahman o Īśvara a cui spetta il compito di creare, mantenere e “distruggere” l’Universo. La stessa parola indica anche indirettamente (Lakṣaṇayā) il Brahman supremo o incondizionato che non ha attributi. Tra i due Brahman esiste una relazione di identità (Tādātmya). Pertanto la Devī o Śakti è l’unica coscienza-beatitudine (Cidekarasarūpiṇī) — cioè essa non è mai separata da Cit. La relazione tra i due Brahman è possibile, poiché i due sono la stessa e medesima cosa. Sebbene appaiano diversi (per attributi), pure sono allo stesso tempo una cosa sola.
Il Commentatore citato allora si domanda come può la parola “Tat” indicare Brahman nella forma Vaikharī, e risponde che lo fa solo indirettamente, dato che il suono, nella forma fisica di linguaggio (Vaikharī), esprime, ovvero si identifica con la sola forma fisica del Brahman (Virāṭ), non con il Supremo Brahman puro.
Ciò che segue servirà come riassunto delle corrispondenze notate in questo capitolo e in quello precedente. Vi è anzitutto il Brahman Nirguṇa, che nel suo aspetto creativo è Saguṇa Śabda-Brahman, ed assume la forma di Parabindu, quindi di triplice Bindu (Tribindu); i quattro aspetti che sono rappresentati, nel senso suindicato, dalle quattro forme di linguaggio, suono e stato (Bhāva).
Il Bindu causale (Kāraṇa) o Bindu Supremo (Parabindu) è il non manifestato (Avyakta) ed indifferenziato Śiva-Śakti, i cui poteri sono ancora latenti, ma stanno per essere palesati a partire dallo stato, allora indifferenziato, di Mūlaprakṛti. Questo è lo stato del Linguaggio Supremo (Parā Vāk), il Verbo Supremo o Logos, la cui sede nel corpo individuale è il Mūlādhāra Chakra. Fin qui è chiaro. Qualche difficoltà sorge però nel coordinare le descrizioni dei triplici poteri che si manifestano nella differenziazione del Grande Bindu (Mahābindu). Questo si deve in parte al fatto che i versetti in cui appaiono queste definizioni non possono sempre essere letti secondo l’ordine delle parole (Śabda-krama), ma secondo l’ordine reale dei fatti, qualunque esso possa essere (Yathā-sambhavam) [146].
In secondo luogo, vi è evidentemente qualche variante nei commentari. A parte i nomi e i dettagli tecnici, il perno dell’argomento è semplice e si accorda con gli altri sistemi. Vi è anzitutto il punto non manifestato (Bindu), simbolo a proposito del quale Clemente di Alessandria [147] dice che, facendo astrazione dalle proprietà di un corpo, profondità, larghezza e lunghezza, quel che rimane è un punto che ha una posizione; astraendo dalla sua posizione [148], avremo lo stato di unità primordiale. Vi è uno Spirito unico che appare triplice come Trinità di Potenza Manifestata (Śakti). Manifestandosi così, l’Uno (Śiva-Śakti) diventa duplice, Śiva e Śakti, e la relazione (Nāda) tra questi due (Tayor mithaḥ samavāyaḥ) forma la Trinità triforme comune a tante religioni. L’Uno si muove dapprima come la Grande Volontà (Icchā), poi come la Conoscenza o Sapienza (Jñāna) secondo cui agisce la Volontà, e infine come Azione (Kriyā). Questo è l’ordine delle Śakti in Īśvara. Dunque, secondo l’esposizione dei Purāṇa, Brahman si desta al principio della creazione. Sorgono allora nella Sua mente i Saṃskāra. Nasce in Lui il desiderio di creare (Icchā Śakti), poi la conoscenza (Jñāna Śakti) di quel che Egli sta per creare, e infine l’atto (Kriyā) della creazione. Nel caso di Jīva l’ordine è Jñāna, Icchā, Kriyā. Dapprima egli considera o conosce qualche cosa. Informato da tale conoscenza, egli vuole e poi agisce. Sebbene si considerino e se ne parli come se sorgessero separatamente, le tre potenze sono aspetti inseparabili e indivisibili dell’Uno. Dovunque sia l’uno vi è l’altro, sebbene gli uomini li pensino separati e come entranti in essere — cioè manifesti nel tempo — separatamente.
Secondo un certo sistema di nomenclatura, il Bindu Supremo diventa triplice come Bindu (Kārya), Bīja e Nāda. Sebbene Śiva non sia mai separato da Śakti, né Śakti da Śiva, una manifestazione può significare prevalentemente l’uno o l’altra. Si dice perciò che Bindu è della natura di Śiva (Śivātmaka) e Bīja di quella di Śakti (Śaktyātmaka), e che Nāda è la combinazione dei due (Tayor mithaḥ samavāyaḥ). Li si chiama anche Mahābindu (Parabindu), Sitabindu (Bindu Bianco), Śoṇabindu (Bindu Rosso) e Miśrabindu (Bindu Variopinto). Questi sono supremi (Parā), sottili (Sūkṣma), grossolani (Sthūla). Hanno anche altri nomi, come Sole, Fuoco e Luna. Bīja è senza dubbio la Luna, e senza dubbio da Bīja nasce la Śakti Vāmā, da cui viene Brahmā, che ha la natura della Luna e della Potenza della Volontà (Icchā Śakti) [149]. Icchā Śakti, in termini di Guṇa di Prakṛti, è Rajas Guṇa, che incita Sattva a mostrarsi. Questo è Paśyantī Śabda, la cui sede è nel Chakra Svādhiṣṭhāna. In modo simile da Nāda nascono Jyeṣṭhā Śakti e Viṣṇu, e da Bindu, Raudrī e Rudra, che sono Madhyamā e Vaikharī Śabda. Le loro sedi sono rispettivamente i Chakra Anāhata e Viśuddha. Una versione [150] afferma che Bindu è “Fuoco” e Kriyā Śakti (azione), e che Nāda è “Sole” e Jñāna Śakti. In termini di Guṇa essi sono rispettivamente Tamas e Sattva [151]. Tuttavia Rāghavabhaṭṭa, nel suo Commento allo Śāradā Tilaka, afferma che il Sole è Kriyā perché, al pari di quell’astro, rende visibili tutte le cose, e Jñāna è il Fuoco perché la conoscenza consuma tutta la creazione. Quando, grazie a Jñāna, Jīva prende coscienza di essere Brahman, cessa di comportarsi in modo da accumulare Karma e raggiunge la liberazione (Mokṣa). Può darsi che ciò si riferisca al Jīva, poiché questi rappresenta la creazione di Īśvara.
Nello Yoginīhṛdaya Tantra si dice che Vāmā e Icchā Śakti sono nel corpo di Paśyantī; Jñāna e Jyeṣṭhā sono chiamati Madhyamā; Kriyā Śakti è Raudrī, e Vaikharī è nella forma dell’Universo [152]. L’evoluzione dei Bhāva è così descritta nello Śāradā Tilaka [153]: lo Śabdabrahman che tutto pervade, o Kuṇḍalī, emana Śakti, e poi seguono Dhvani, Nāda, Nirodhikā, Ardhendu, Bindu. Śakti è Cit con Sattva (Paramākāśāvasthā); Dhvani è Cit con Sattva e Rajas (Akṣarāvasthā); Nāda è Cit con Sattva, Rajas e Tamas (Avyaktāvasthā); Nirodhikā è lo stesso con abbondanza di Tamas (Tamaḥ-prācuryāt); Ardhendu è lo stesso con abbondanza di Sattva, e Bindu è la combinazione dei due.
A questo Bindu vengono dati diversi nomi (Parā, ecc.) secondo i diversi centri in cui si trova (Mūlādhāra, ecc.). Così Kuṇḍalī, che è Icchā, Jñāna, Kriyā, che è sia nella forma di coscienza (Tejorūpā) sia composta dei Guṇa (Guṇātmikā), crea la ghirlanda di lettere (Varṇamālā). Si è trattato dei quattro Bhāva che vengono sotto Nāda, una delle nove susseguentisi manifestazioni della Devī.
Il Paṇḍit Ananta Śāstrī, riferendosi al commento di Lakṣmīdhara al v. 34 dell’Ānandalaharī, dice [154]:
“Bhagavatī è la parola usata nel testo per indicare la Devī. Chi possiede Bhaga si dice Bhagavatī (femminile). Bhaga significa conoscenza: 1) della creazione, 2) della distruzione dell’universo, 3) dell’origine degli esseri, 4) della fine degli esseri, 5) della conoscenza reale o verità divina, e 6) della Avidyā, o ignoranza. Chi conosce queste sei cose, ha diritto al titolo di Bhagavān. Inoltre, Bha = 9. ‘Bhagavatī’ si riferisce allo Yantra (figura) dai nove angoli che è usato nel Candrakalāvidyā. Secondo gli Āgama, la Devī ha nove manifestazioni, che sono:
- 1. Il gruppo Kāla — che dura da un batter di ciglio al tempo del Pralaya. Il Sole e la Luna sono compresi in questo gruppo. TEMPO.
- 2. Il gruppo Kula — consiste in cose che hanno forma e colore. FORMA.
- 3. Il gruppo Nāma — consiste in cose che hanno un nome. NOME.
- 4. Il gruppo Jñāna — intelligenza. Si divide in due rami: Savikalpa (confusa e soggetta a mutare) e Nirvikalpa (pura ed immutabile). CIT.
- 5. Il gruppo Citta — consiste in: a) Ahaṃkāra (egoismo), b) Citta, c) Buddhi, d) Manas, ed e) Unmanas. DENTALE.
- 6. Il gruppo Nāda — consiste in: a) Rāga (desiderio ardente) [155], b) Icchā (desiderio rinvigorito, sviluppato), c) Kṛti (azione, o forma attiva del desiderio) e d) Prayatna (tentativo di raggiungere l’oggetto desiderato). Questi corrispondono rispettivamente a: a) Parā (primo stadio del suono, che emana dal Mūlādhāra), b) Paśyantī (secondo stadio), c) Madhyamā (terzo stadio), d) Vaikharī (quarto stadio del suono proveniente dalla bocca). SUONO.
- 7. Il gruppo Bindu — consta dei sei Chakra dal Mūlādhāra all’Ājñā. ESSENZA PSICHICA, GERME SPIRITUALE [156].
- 8. Il gruppo Kalā — consta di cinquanta lettere, dal Mūlādhāra all’Ājñā. NOTE DOMINANTI [157].
- 9. Il gruppo Jīva — consta di anime nella prigione della materia.
Le Deità Principali o Tattva delle quattro parti che costituiscono il Nāda sono Māyā, Śuddhavidyā, Maheśa e Sadāśiva. Il Commentatore tratta diffusamente questo soggetto e cita brani estratti da opere occultistiche. Quella che segue è la traduzione di alcune righe della Nāmakalāvidyā [158], un’opera sulla fonetica che interesserà il lettore:
“Parā è Ekā (priva di dualità); quella che segue ne è l’opposto (Paśyantī); Madhyamā si divide in due forme, grossolana e sottile: la forma grossolana consta dei nove gruppi di lettere; e la forma sottile è il suono che differenzia le nove lettere... L’una è la causa, l’altra l’effetto, cosicché non vi è differenza materiale tra il suono e le sue forme grossolane”.
“Commento. Ekā: quando i tre Guṇa, Sattva, Rajas e Tamas, si trovano in uno stato d’equilibrio, questo stato è detto Parā. Paśyantī è lo stato in cui i Guṇa diventano ineguali (e di conseguenza producono un suono). Lo stadio seguente è chiamato Madhyamā; la sua forma sottile è detta Sūkṣmamadhyamā, mentre la seconda forma, grossolana, è detta Sthūlamadhyamā e produce nove distinte specie di suono, rappresentate da nove gruppi di lettere, cioè: ‘a’ (e tutte le altre vocali), ‘ka’ (Kavarga, in numero di cinque), ‘ca’ (Cavarga, cinque), ‘ṭa’ (*) (Ṭavarga, cinque), ‘ta’ (Tavarga, cinque), ‘pa’ (Pavarga, cinque), ‘ya’ (Ya, Ra, La e Va), ‘śa’ (Śa, Ṣa, Sa e Ha), e ‘kṣa’. Codeste lettere non esistono in realtà, ma rappresentano solo le idee degli uomini. Così tutte le forme e tutte le lettere hanno origine da Parā, e Parā non è altro che Caitanya (la Coscienza).
“I nove gruppi o Vyūha (manifestazioni della Devī) sopra elencati sono a loro volta classificati nelle tre seguenti divisioni: a) Bhoktṛ (chi gode), comprende il gruppo 9, Jīva-vyūha; b) Bhogya (gli oggetti del godimento), comprende i gruppi 1, 2, 3, 5, 6, 7, 8; c) Bhoga (il godimento), comprende il gruppo 4, Jñāna-vyūha.
“Quanto sopra è la sostanza della filosofia dei Kaula come spiegata da Śrī Śaṅkarācārya in questo śloka dell’Ānandalaharī” (n. 34). Nel suo commento, Lakṣmīdhara cita a questo proposito parecchi versi dei Kāma Āgama, di cui uno è il seguente:
“Il Signore che è fonte di ogni bene ha nove forme. Questo Dio si chiama Bhairava. È lui che dispensa gioie (beatitudine) e libera le anime (dalla schiavitù). La Sua consorte è Ānandabhairavī, la sempre beata coscienza (Caitanya). Quando essi si uniscono in armonia la vita dell’universo incomincia”.
“Il Commentatore rileva qui che la potenza della Devī predomina nella creazione, e quella di Śiva nella dissoluzione.”
Note
(*) ^ Cerebrale (N.d.R.).
129. ^ Ayam eva ca yadā kāryabindvāditrayajananonmukho bhidyate taddaśāyām avyaktaḥ śabdabrahmābhidheyo ravas tatro padyate (ib.). Quando questo (il Kāraṇabindu) si dispone a produrre i tre Bindu di cui il primo è Kāryabindu e che esplode o si divide (Bhidyate), allora a questo stadio nasce il suono (Rava) indistinto (Avyakta) che viene chiamato Śabdabrahman.
130. ^ Tad apy uktam: Bindos tasmād bhidyamānād avyaktātmā ravo 'bhavat, / Sa ravaḥ śrutisampannaiḥ śabdabrahmeti gīyate (ib.). Così è stato detto: Dal Bindu che esplode nasce il suono indistinto chiamato Śabdabrahman da coloro che sono versati nella Śruti.
131. ^ So 'yam ravaḥ kāraṇabindutādātmyāpannatvāt sarvagato 'pi vyañjakayatnasaṃskṛtapavanavaśāt prāṇināṃ mūlādhāra evābhivyajyate. Taduktam: Dehe 'pi mūlādhāre 'smin samudeti samīraṇaḥ, / Vivakṣoricchayotthena prayatnena susaṃskṛtaḥ. / Sa vyañjayati tatraiva śabdabrahmāpi sarvagam (ib.). Questo suono essendo tutt'uno con il Kāraṇabindu e quindi dappertutto, si manifesta nel Mūlādhāra degli animali, condottovi dall'aria purificata mediante lo sforzo fatto da chi produce il suono. Così è stato detto: nel corpo anche nel Mūlādhāra sorge aria; questa (aria) è purificata dallo sforzo e dalla volontà della persona che vuol parlare e rivela lo Śabda che è dappertutto.
132. ^ Tad idaṃ kāraṇabindvātmakam abhivyaktaṃ śabdabrahma svapratiṣṭhatayā niṣpandaṃ tad eva ca parā vāg ity ucyate. Atha tad eva nābhiparyantam āgacchatā tena pavanenābhivyaktaṃ vimarśarūpeṇa manasā yuktaṃ sāmānyaspandaprakāśarūpakāryabindumayaṃ sat paśyantī vāg ucyate (ib.). Questo Śabdabrahman sviluppato che è tutt'uno con il Kāraṇabindu, quando è in sé e privo di vibrazioni (immobile) viene detto Parā Vāk; quando poi esso, dirigendosi la stessa aria verso l'ombelico, si sviluppa ulteriormente e si unisce col mentale che è Vimarśa, allora diventa Kāryabindu, vibra leggermente e si palesa. Allora viene chiamato Paśyantī Vāk.
133. ^ Atha tad eva vadanaparyantaṃ tenaiva vāyunā kaṇṭhādisthāneṣv abhivyajyamānaṃ niścayātmikayā buddhyā yuktaṃ viśeṣaspandaprakāśarūpanādamayaṃ sat madhyamā vāg ity ucyate (ib.). Poi lo stesso Śabdabrahman, condotto dalla stessa aria fino al cuore, è unito alla Buddhi che mai erra e vien posseduto da Nāda la cui vibrazione è percepibile. Viene chiamato Madhyamā Vāk.
134. ^ Atha tad eva vadanaparyantaṃ tenaiva vāyunā kaṇṭhādisthāneṣv abhivyajyamānam akārādivarṇarūpaṃ paraśrotragrahaṇayogyaṃ spaṣṭataraprakāśarūpabījātmakaṃ sat vaikharī vāg ucyate (ib.). Quindi lo stesso (Śabdabrahman), quando viene condotto dalla stessa aria fino alla bocca, si manifesta nella gola e in altri posti ancora e diventa capace di essere udito dagli altri, essendo più manifesto in qualità di lettera e delle altre. Allora è chiamato Vaikharī Vāk.
135. ^ Cioè Śabda nella sua forma fisica. Bhāskararāya, nel suo Commento allo stesso verso (132) della Lalitā, dà le seguenti derivazioni: Vi = molto; khara = duro. Secondo il Saubhāgyasudhodaya: Vai = certamente; kha = cavità (dell'orecchio); ra = andare o entrare. Ma secondo gli Yogaśāstra la Devī che è nella forma di Vaikharī (Vaikharīrūpā) si chiama così perché prodotta dal Prāṇa detto Vikhara.
136. ^ Taduktamācāryaiḥ: Mūlādhārāt prathamam udito yaś ca bhāvaḥ parākhyaḥ, / Paścāt paśyanty atha hṛdayago buddhiyug madhyamākhyaḥ, / Vaktre vaikhary atha rurudiṣor asya jantoḥ suṣumnā, / Baddhas tasmāt bhavati pavanapreritā varṇasaṃjñā. (Bhāskararāya, op. cit.). E perciò il Grande Maestro ha detto (Śaṅkara, Prapañcasāra, vol. II, p. 44): quando il bambino vuole gridare, il primo stato del suono attaccato alla Suṣumnā, quando nasce nel Mūlādhāra è detto Parā; elevato nell'aria diviene in seguito Paśyantī; nel cuore, unito a Buddhi, prende il nome di Madhyamā; nella bocca diventa Vaikharī e da questo nascono le lettere dell'alfabeto.
137. ^ Bhāskararāya cita l'altro Suo nome, Uttīrṇā (innalzata), e il Saubhāgyasudhodaya che dice: "Poiché Ella vede tutto in Se stessa e poiché si innalza (Uttīrṇā) sulla via dell'azione, questa Madre si chiama Paśyantī e Uttīrṇā".
138. ^ Nityātantre 'pi: Mūlādhāre samutpannaḥ parākhyo nādasambhavaḥ. / Sa evordhvaṃ tayā nītaḥ svādhiṣṭhāne vijṛmbhitaḥ, / Paśyantyākhyam avāpnoti tathaivordhvaṃ śanaiḥ, / Anāhate buddhitattvasameto madhyamābhidhaḥ, / Tathā tayordhvaṃ nunnaḥ san viśuddhau kaṇṭhadeśataḥ / Vaikharyākhya ityādi (Bhāskararāya, op. cit.). Il Nityātantra dice anche: Dal Mūlādhāra sorge dapprima il suono che è chiamato Parā. Esso, condotto verso l'alto, si manifesta nello Svādhiṣṭhāna e assume il nome di Paśyantī. Condotto ancora verso l'alto lentamente, verso l'Anāhata (nel cuore) si unisce al Buddhitattva e vien chiamato Madhyamā; quindi, condotto nello stesso modo al Viśuddha nella regione della gola, assume il nome di Vaikharī e così via. Vedi anche Cap. II, Prapañcasāra Tantra, vol. III dei Tāntrik Texts.
139. ^ Cap. III.
140. ^ Cioè, gli uomini che vedono e accettano solo l'aspetto materiale delle cose.
141. ^ Itthaṃ caturvidhāsu mātṛkāsu parāditrayam ajānanto manuṣyāḥ sthūladṛśo vaikharīm eva vācaṃ manvate (Bhāskararāya, ib.).
142. ^ Tathā ca śrutiḥ: Tasmād yad vāco 'nāptaṃ tan manuṣyā upajīvanti iti, anāptam apūrṇaṃ tisṛbhir virahitam ityartha iti vedabhāṣye.
143. ^ Śrutyantare 'pi: Catvāri vākparimitā padāni tāni vidur brāhmaṇā ye manīṣiṇaḥ / Guhā trīṇi nihitā neṅgayanti, turīyaṃ vāco manuṣyā vadanti (ib.).
144. ^ Il Pada o parola è ciò che ha una terminazione. Pāṇini dice (Sūtra I, IV, 14): "Quel che finisce in Sup (desinenze nominali) ed in Tiṅ (terminazioni verbali) si chiama Pada". Peraltro, il Sup (terminazione) ha cinque suddivisioni.
145. ^ Bhāskararāya, loc. cit.
146. ^ Come ha rilevato l'autore della Prāṇatoṣiṇī, p. 9, nel citare il versetto della Gorakṣa Saṃhitā: Icchā kriyā tathā jñānaṃ gaurī brāhmī tu vaiṣṇavī / Tridhā śaktiḥ sthitā yatra tatparaṃ jyotir Om iti. Secondo questa descrizione dei Deva dei differenti Ādhāra della Prāṇaśakti upāsanā, l'ordine è (secondo la sequenza delle parole): Icchā = Gaurī; Kriyā = Brāhmī; Jñāna = Vaiṣṇavī.
147. ^ Stromata, Libro V, Cap. II. Così pure in Le Mystères de la Croix, un'opera mistica del XIII sec., leggiamo: "Ante omnia punctum extitit, non mathematicum sed diffusivum".
148. ^ Vedi Garland of Letters.
149. ^ Raudrī bindos tato nādāj jyeṣṭhābījād ajāyata / Vāmā tābhyaḥ samutpannā rudrabrahmaramādhipāḥ / Saṃjñānecchākriyātmāno vahnindvarkasvarūpiṇaḥ. (Śāradā Tilaka, Cap. I)
150. ^ Yoginīhṛdaya Tantra; Commento citato in riferimento al Saubhāgyasudhodaya e al Tattvasandoha. Vedi anche Tantrāloka, Cap. VI.
151. ^ Quanto segue mostra le corrispondenze secondo i testi citati.
- Bīja, Śoṇabindu: Śakti, Luna, Vāmā, Brahmā, Bhāratī, Icchā, Rajas, Paśyantī, Svādhiṣṭhāna.
- Nāda, Miśrabindu: Śiva-Śakti, Sole, Jyeṣṭhā, Viṣṇu, Viśvambharā, Jñāna, Sattva, Madhyamā, Anāhata.
- Bindu, Sitabindu: Śiva, Fuoco, Raudrī, Rudra, Rudrāṇī, Kriyā, Tamas, Vaikharī, Viśuddha.
152. ^ Icchāśaktis tathā Vāmā paśyantīvapuṣā sthitā / Jñānaśaktis tathā Jyeṣṭhā madhyamā vāg udīritā / Kriyāśaktis tu Raudrīyaṃ vaikharī viśvavigrahā (Citato sotto v. 22, Comm. Kāmakalāvilāsa).
153. ^ Cap. I.
154. ^ Ananta Śāstrī, op. cit., p. 72.
155. ^ Rāga dovrebbe essere tradotto "interesse" come in Rāgakañcuka. Icchā è la volontà che tende all'azione (Kriyā) e ad essa è conforme. Il desiderio è una cosa grossolana che fa parte del mondo materiale.
156. ^ Cito il brano come è scritto, ma questi termini non mi risultano chiari.
157. ^ Non so cosa voglia indicare il Pandit con questo termine.
158. ^ "Non è facile né per i Pandit né per gli studiosi trovare quest'opera; Non la troviamo in nessun catalogo redatto da studiosi europei o indiani. Il sistema di tenerli segreti ha causato la rovina dei libri di questo genere. Ancor oggi, se trovassimo qualche manoscritto che tratta di occultismo nelle case di vecchi Pandit, non ci sarebbe nemmeno permesso di vederlo. E questi libri da gran tempo sono diventati cibo per i vermi e le formiche bianche" (Ananta Śāstrī).
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