Il seguente testo è tratto dal quinto capitolo del libro di Arthur Avalon intitolato Il Potere del Serpente, nel quale parla della Kundalini e dei Chakra. Il libro, pubblicato da Edizioni Mediterranee, si può scaricare liberamente da Archive.org al seguente link: Arthur Avalon - Il Potere del Serpente.
Capitolo V: I Centri (Chakra) o Fiori di Loto (Padma)
Parte 6: pp. 134-140
Pertanto, a parer mio, è un errore identificare i Chakra con i plessi fisici che abbiamo nominato. Questi ultimi fanno parte del corpo grossolano, mentre i Chakra sono centri vitali estremamente sottili delle varie attività tāttviche. In un certo senso, possiamo collegare con questi centri sottili le parti corporee grossolane che l’occhio può vedere, come i plessi ed i gangli, ma collegare o stabilire relazioni e identificare sono cose ben diverse. Il pensiero indiano e la lingua sanscrita che ne è l’espressione sono particolarmente penetranti e comprensivi, il che rende possibile esprimere in sanscrito molte idee con espressioni che non hanno una formulazione equivalente nelle lingue occidentali, a meno che non si faccia uso di perifrasi. Il corpo esiste per la Potenza, o Śakti, dell’Ātmā o Coscienza. È il Prāṇa collettivo che lo tiene insieme come un’unità individuale umana, proprio come sostiene i differenti Principi ed Elementi (Tattva) dei quali è composto. Sebbene questi Tattva pervadano il corpo, pure hanno loro centri di attività. Codesti centri, come d’altronde si potrebbe supporre, giacciono lungo l’asse e sono i Sūkṣma Rūpa, o forme sottili di quel che esiste in forma grossolana (Sthūla Rūpa) nel corpo fisico, raccolto intorno all’asse stesso. Essi sono manifestazioni di Prāṇaśakti, la Forza Vitale. In altre parole, da un punto di vista obiettivo, i centri sottili, o Chakra, vitalizzano e controllano le regioni corporee fisiologiche che sono indicate dalle varie zone della colonna vertebrale e dai gangli, plessi, nervi, arterie ed organi situati rispettivamente in queste regioni. Possiamo dunque collegare i plessi, ecc., con i Chakra di cui si parla nei testi Yoga, ma, a rigore, solo nel senso che sono le controparti grossolane esterne dei centri spinali. Solo in questo senso l’intera zona che si estende dal centro sottile alla periferia, compresi i corrispondenti elementi corporei, può essere ritenuta un Chakra. Poiché il grossolano e il sottile sono così collegati, l’attività mentale svolta nell’uno influenza l’altro. Certe forze sono concentrate in questi Chakra e perciò, ed a causa della loro funzione, sono considerati centri separati e indipendenti. Nella colonna spinale vi sono dunque sei centri sottili con manifestazioni più grossolane già entro la colonna stessa, e con guaine ancora più grossolane nella regione percorsa dai nervi simpatici Iḍā e Piṅgalā e da altre Nāḍī. Da tutto ciò, nonché dagli elementi grossolani composti del corpo fisico, si formano gli organi della vita, il cui cuore vitale è il Chakra sottile da cui sono vivificati e controllati. Secondo la dottrina tantrica, non si devono trascurare gli aspetti sottili dei sei centri a vantaggio dell’aspetto grossolano o fisiologico del corpo. Come è stato già spiegato, e secondo il Commento al trentacinquesimo verso dello Ṣaṭcakranirūpaṇa, vi sono sei Deva — cioè Śambhu, Sadāśiva, Īśvara, Viṣṇu, Rudra, Brahmā — le cui dimore sono i sei Loka o regioni, cioè: Maharloka, Tapoloka, Janaloka, Svarloka, Bhuvarloka e Bhūrloka (la Terra). Queste Divinità sono le forme di coscienza che presiedono allo Ṣaṭcakra. In altri termini, la Coscienza (Cit), quale principio ultimo di esperienza, pervade ogni essere e ne è la base. Ogni cellula del corpo ha una sua propria coscienza. Le varie parti organiche del corpo che le cellule costituiscono non solo possiedono una particolare coscienza di cellula, ma anche la coscienza della particolare parte organica, che è ben altra cosa della mera collettività delle coscienze delle sue unità costitutive. Così vi può essere, ad es., una coscienza addominale. E la coscienza di tale regione corporea è la sua Devatā, cioè quell’aspetto di Cit che è associato a quella regione e la caratterizza. Infine, l’organismo, come insieme, ha la sua coscienza, che è il Jīva individuale. Poi vi è la forma sottile, o corpo sottile di queste Devatā, nell’aspetto di mentale o “materia” soprasensibile (Tanmātra), e la “materia” sensibile, cioè etere, aria, fuoco, acqua, terra, con i loro centri nell’Ājñā, Viśuddha, Anāhata, Maṇipūra, Svādhiṣṭhāna e Mūlādhāra. Questi sei Tattva costituiscono non solo il corpo umano grossolano, ma anche il vasto macrocosmo. I sei Chakra sono dunque i centri sottili e divini delle corrispondenti guaine fisica e psichica. Il settimo, o centro supremo di Coscienza, è Paramaśiva, la cui dimora è Satyaloka, l’aspetto cosmico del Sahasrāra umano. Il Supremo discende dunque attraverso le sue manifestazioni dal sottile al grossolano sotto la forma dei sei Deva e delle sei Śakti nelle loro sei dimore nell’asse del mondo, e sotto la forma dei sei centri nell’asse del corpo, o colonna vertebrale. L’attività speciale di ogni Tattva è localizzata nel suo centro individuale nel microcosmo. Ma, malgrado tutte le trasformazioni sottili e grossolane che si verificano nella Kula-Kuṇḍalinī e con il Suo concorso, Ella rimane sempre nel Suo aspetto di Brahman o Svarūpa, l’Uno — Sat, Cit e Ānanda. Ciò realizza lo Yogi quando, traendo la Devī dalla Sua dimora mondana nel centro della terra (Mūlādhāra), la unisce con Paramaśiva nel Sahasrāra, in quella unione beata che è l’Amore Supremo (Ānanda).
Bisognerebbe considerare ancora altri argomenti a proposito di questi Chakra, come, per esempio, quelli riguardanti l’esistenza dei “petali”, il numero dei quali si è detto, in ciascun caso, determinato dalle caratteristiche della regione fisica governata da quel particolare Chakra. Si afferma che i centri sono composti di petali contrassegnati da determinate lettere. Il Professor Sarkar [121] opina che codesti petali designino i nervi che vanno a formare un ganglio o plesso, oppure i nervi che da questo ganglio o plesso si diramano. Mi è stato detto che è la disposizione delle Nāḍī nel Chakra considerato a determinare il numero dei suoi petali [122]. Le caratteristiche dei cinque Chakra inferiori sono rese evidenti dal numero e dalla posizione delle Nāḍī, oppure dai lobi e dalle zone sensoriali e motorie delle parti superiori del sistema cerebro-spinale. Come ho già spiegato, non si deve identificare il Chakra con i gangli e i plessi fisici, sebbene sia collegato con essi, e sul piano grossolano ne sia rappresentato. I fiori di loto con questi petali sono situati nella Suṣumṇā e sono qui figurati come fiorenti al passaggio della Kuṇḍalinī. Le lettere sono sui petali.
Le lettere contenute nei sei Chakra sono cinquanta — cioè le lettere dell’alfabeto sanscrito meno Kṣa, a quanto dice il Ṣaṭcakranirūpaṇa citato al v. 40 del Testo, o la seconda La, o La cerebrale (Ḷa). Tutte queste lettere moltiplicate per 20 sono in potenza nel Sahasrāra, dove sono dunque 1000 e danno il nome al Fiore di Loto. D’altro canto vi sono 72.000 Nāḍī che hanno origine dal Kanda. Inoltre i vv. 28 e 29 mettono in chiaro che le lettere che si trovano nei Chakra non sono cose grossolane dicendo che le vocali del Viśuddha sono visibili soltanto alla mente illuminata (Dīpta-buddhi), cioè alla Buddhi liberata dall’impurità risultante dalle attività terrene grazie alla pratica costante dello Yoga. Nel v. 19 e altrove si dice che le lettere di cui sopra sono colorate. Ogni oggetto di percezione, sia grossolano sia sottile, ha un aspetto che trova rispondenza in ognuno dei sensi. Appunto per questa ragione il Tantra trova relazioni tra suono, forma e colore. Il suono produce la forma e la forma è associata al colore. Kuṇḍalī è una forma della Śakti Suprema che conserva tutte le creature che respirano. È lei la fonte dalla quale procede la manifestazione di ogni suono e di ogni energia, sia come idee sia come linguaggio. Il suono Mātṛkā, quando è articolato nel linguaggio umano, assume la forma di lettere, dalle cui combinazioni derivano la prosa e la poesia. Il suono (Śabda) ha un suo significato, significa cioè gli oggetti indicati dalle idee espresse dal suono o dalle parole. Per impulso della Icchā Śakti che agisce attraverso il Prāṇavāyu (forza vitale) dell’Ātmā, si produce nel Mūlādhāra la potenza del suono detta Parā, che nel suo moto ascensionale attraverso altri Chakra assume altre caratteristiche e nomi (Paśyantī e Madhyamā), e quando è articolato dalla bocca appare, sotto il nome di Vaikharī, nella forma delle lettere parlate, aspetto grossolano del suono esistente nei Chakra stessi (vedi vv. 10 e 11). Le lettere, quando sono pronunciate, sono dunque l’aspetto manifestato in linguaggio grossolano dell’energia sottile dello Śabdabrahman come Kuṇḍalī. La medesima energia che produce queste lettere manifestandosi sotto l’aspetto dei Mantra, produce l’universo grossolano. Nei Chakra vi è lo Śabda sottile nei suoi stati di Parā, Paśyantī o Madhyamā Śakti, che, quando è trasmesso all’organo vocale, assume la forma di suono udibile (Dhvani), che è poi una qualunque lettera particolare. Si dice che in alcuni Chakra particolari risiedono determinate forme di energia di Kuṇḍalī, energie tutte che esistono magnificate nel Sahasrāra. Ogni lettera manifestata è un Mantra, e un Mantra è il corpo di una Devatā. In un Chakra vi sono dunque tante Devatā quanti sono i petali, che sono le Devatā o Śakti circostanti (Āvaraṇa) la Devatā del Chakra e l’elemento sottile di cui è Coscienza sovrana. Brahmā è dunque la Coscienza che governa il fiore di loto del Mūlādhāra, contrassegnato dal Bindu del Bīja “Laṃ” (Laṃ), che è il corpo della Devatā della terra. Intorno e associate sono le forme sottili dei Mantra che costituiscono i petali e i corpi di energia associati. Infatti, l’intero corpo umano è un Mantra ed è composto di Mantra. Queste potenze del suono vitalizzano, regolano e controllano le rispondenti manifestazioni fisiologiche nelle regioni circostanti.
Il problema che ora ci si presenta è perché a Chakra particolari siano assegnate lettere particolari. Per esempio, perché “Ha” dovrebbe essere nell’Ājñā e “La” nel Mūlādhāra? È vero che in alcuni passi dei Tantra certe lettere sono assegnate a particolari elementi. Vi sono dunque certe lettere chiamate Vāyava Varṇa, o lettere che appartengono al Vāyu Tattva; ma un esame della questione su questa base non può spiegarci la posizione delle lettere, poiché lettere attribuite a un dato elemento possono esser trovate in un Chakra il cui Tattva predominante è qualche altro elemento. Si è detto che, pronunciando particolari lettere, si mettono in movimento i centri in cui sono poste, e ciò spiegherebbe il motivo per cui particolari lettere stanno in un centro particolare. Una soluzione probabile è quella da me proposta in "Shakti e Shakta" [123]. A parte questo, si può dire soltanto che ciò è Svabhāva, la natura delle cose, che in questo caso è così poco suscettibile di una spiegazione definitiva, quanto la disposizione nel corpo degli stessi organi grossolani; a meno poi che non si tratti di un accomodamento artificioso a scopo meditativo, nel qual caso non è necessaria alcuna ulteriore spiegazione.
I quattro Bhāva, o stati del suono, nel corpo umano sono chiamati così perché sono stati in cui il suono o movimento si produce o si trasforma, evolvendosi dalla Pārā Śakti nel corpo di Īśvara alla Vaikharī Śakti grossolana nel corpo di Jīva. Come abbiamo già detto, nell’aspetto corporeo (Adhyātma) il Kāraṇa Bindu risiede nel centro Mūlādhāra, e vi è conosciuto come la Śakti Piṇḍa [124] o Kuṇḍalinī [125]. Kuṇḍalī è il nome dello Śabdabrahman nei corpi umani. L’Ācārya, parlando di Kuṇḍalinī, dice: “Vi è una Śakti chiamata Kuṇḍalinī che è sempre impegnata nella creazione dell’universo. Chi l’ha conosciuta non rientrerà più, bambino, nel grembo della madre, né patirà vecchiaia” [126]. Cioè non entrerà più nel Saṃsāra, il mondo della Trasmigrazione. Questo Kāraṇa Bindu esiste in stato non differenziato [127].
Il corpo di Kuṇḍalinī è composto dalle cinquanta lettere o potenze del suono. Come v’è un’apparente evoluzione [128] nel corpo cosmico di Īśvara, rappresentata nei sette stati che vanno da Sakala Parameśvara a Bindu, così nel corpo umano si verifica uno sviluppo simile nella Kuṇḍalinī, che è la Īśvarī interna. Vi si sviluppano dunque i seguenti stati, in corrispondenza con lo sviluppo cosmico: Śakti, Dhvani, Nāda, Nirodhikā, Ardhendu, Bindu. Questi sono tutti stati della stessa Kuṇḍalinī nel Mūlādhāra, e sono noti come suono Pārā. Ognuna delle lettere che compongono il corpo di Kuṇḍalī esiste in quattro stati come Śakti Pārā e nei successivi stati del suono, Paśyantī, Madhyamā e Vaikharī, di cui parleremo in seguito. Il primo è stato di suono indifferenziato, quale esiste nel corpo di Īśvara; il secondo ed il terzo, esistendo nel corpo di Jīva, sono stadi transitori verso quella completa manifestazione di suono differenziato nel linguaggio umano che è detto Vaikharī Bhāva. Nell’aspetto cosmico questi quattro stati sono Avyakta, Īśvara, Hiraṇyagarbha e Virāṭ. L’Arthasṛṣṭi (creazione oggettiva) di Kuṇḍalinī sono le Kalā che hanno origine dalle lettere, quali le Rudra e le Viṣṇu Mūrti con le loro Śakti, Kāma e Gaṇeśa con le loro Śakti, e via dicendo. Nel Sakala Parameśvara, o Śabdabrahman nei corpi — cioè Kuṇḍalinī Śakti —, quest’ultima è chiamata Cit Śakti o semplicemente Śakti quando entra Sattva, stato conosciuto con il nome di Paramākāśāvasthā. Quando poi Ella, in cui Sattva è entrato, è “penetrata” da Rajas, prende il nome di Dhvani, che è l’Akṣarāvasthā. Quando poi è “penetrata” da Tamas è chiamata Nāda. Questa è l’Avyaktāvasthā, l’Avyakta Nāda che è il Parabindu. Inoltre, Colei in cui abbonda Tamas prende il nome di Nirodhikā; Colei in cui abbonda Sattva prende il nome di Ardhendu, e la combinazione dei due (Icchā e Jñāna) in cui Rajas agisce come Kriyā Śakti, prende il nome di Bindu.
Pertanto così si è detto: “Spinto dalla forza di Icchā Śakti (la volontà), illuminato da Jñāna Śakti (la conoscenza), Śakti, il Signore, apparendo come maschio, crea (Kriyā Śakti, l’azione)”.
Note
121. ^ Op. cit., p. 292.
122. ^ Vedi il mio Mahānirvāṇa Tantra, p. LVII. La mia allusione al fiore di loto come un plesso della Nāḍī si riferisce alla guaina materiale del centro sottile, guaina che, si dice, contiene ciò che determina le caratteristiche del centro sottile, sebbene in altro senso ne sia l'effetto.
123. ^ Terza edizione. Vedi il capitolo sul Kuṇḍalinīyoga.
124. ^ Chiamata così perché tutte le Śakti sono riunite o "arrotolate in una massa" dentro di Lei. È il Kendra (centro) di tutte le Śakti. Lo Śvacchanda e lo Śāradā così dicono: Piṇḍaṃ kuṇḍalinīśaktiḥ padaṃ haṃsaḥ prakīrtitaḥ / Rūpaṃ bindur iti khyātaṃ rūpātītas tu cinmayaḥ. (La Śakti Kuṇḍalinī è Piṇḍa, Haṃsaḥ è Pada, Bindu è Rūpa, ma Cinmaya [Cit] è privo di forma). La prima, in quanto potenzialità di ogni potere manifestato, si trova nel Mūlādhāra Chakra; la seconda, come Jīvātman, è nell'Anāhata dove batte il cuore, il palpito vitale. Bindu, il corpo formale causale, come Śakti Suprema, è nell'Ājñā, e la Coscienza informale passante attraverso il Bindu Tattva manifestato come Haṃsa, e poi di nuovo riposante come Kuṇḍalinī, è nel Brahmarandhra (vedi Ṭīkā del primo Saṃketa dello Yoginīhṛdaya Tantra).
125. ^ Adhyātman tu kāraṇabinduḥ śaktipiṇḍakuṇḍalyādiśabdavācyo mūlādhārasthaḥ (Bhāskararāya, Comm. Lalitā, v. 132).
126. ^ Śaktiṃ kuṇḍalinīti viśvajananavyāpārabaddhodyamām / Jñātvā itthaṃ na punar viśanti jananīgarbhe 'rbhakatvaṃ narāḥ ityādirītyācāryair vyavahṛtaḥ (ib.).
127. ^ So 'yam avibhāgāvasthaḥ kāraṇabinduḥ (ib.).
128. ^ Vikāra o Vikṛti è qualcosa che ha subito un cambiamento reale, come il latte divenuto caglio. Il secondo è una Vikṛti del primo. Vivarta è un mutamento apparente ma non reale, come l'apparenza di serpente di ciò che è e resta una corda. Il Vedāntasāra usualmente definisce così i due termini: Satattvato 'nyathāprathā vikāra ityudīritaḥ / Atattvato 'nyathāprathā vivarta ityudāhṛtaḥ.